“Golden Son” di Pierce Brown- traduzione di Edoardo Rialti

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Le prime pagine del romanzo

Tanto tempo fa, un uomo discese dal cielo e uccise mia moglie. Adesso, cammino al suo fianco, in cima a una montagna che si libra sul nostro pianeta. Nevica. Merlature di pietra bianca e vetro scintillante spiccano sulla roccia.
Intorno a noi, vortica un caos avido. Tutti i grandi Oro di Marte sono discesi all’Istituto per rivendicare i migliori, gli elementi più brillanti del nostro anno. Le loro navi brulicano nel cielo mattutino, fendono un mondo di neve e castelli fumanti, verso l’Olimpo, che ho conquistato solo poche ore prima.
«Rivolgi un ultimo sguardo» mi dice mentre ci avviciniamo al suo shuttle. «Tutto ciò che è stato, era solo un bisbiglio del nostro mondo. Quando lasci questa montagna, tutti i legami si spezzano, tutti i giuramenti non sono altro che cenere. Non sei pronto. Nessuno lo è mai.»
In mezzo alla folla, noto Cassio con il padre e i fratelli, diretti allo shuttle. Ci fissano con occhi di fuoco, che spiccano sul bianco, e ricordo l’ultimo battito del cuore di suo fratello. Una mano violenta, dalle dita ossute, mi reclama, stringendomi possessivamente la spalla.
Augustus fissa i suoi nemici.
«Bellona non perdona, né dimentica. Sono numerosi. Ma non possono farti del male.» Mi scruta con occhi freddi. Sono la sua ultima conquista. «Perché tu sei mio, Darrow, e io proteggo ciò che mi appartiene.»
Anche io.
Per settecento anni, il mio popolo è stato ridotto in schiavitù, senza voce, senza speranza. Adesso io sono la loro spada. E anche io non perdono. Anche io non dimentico. Così, mi conduca pure allo shuttle. Mi creda pure suo. Mi accolga nella sua casa, e possa io distruggerla.
Ma poi sua figlia mi prende per mano, e sento le menzogne gravarmi sulle spalle. Si dice che un regno non può sopravvivere quando è diviso in se stesso. Ma nessuno parla mai di quel che succede al cuore.

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