Gratuità, a vostra discrezione

Ragnar

Gratuità a vostra discrezione

Di Richard K. Morgan

 

Traduzione di Edoardo Rialti

 

Se c’è una critica costante e sistematica al mio lavoro che spicca su tutte le altre, è lamentare che io scriva scene di sesso gratuite. (molto più indietro segue poi l’occasionale lamentela anche sulla violenza gratuita, ma in realtà è il sesso che sembra turbare le persone).

 

La mia risposta nel corso degli ultimi quindici anni come autore pubblicato è stata complessa e evoluzionaria per natura. Tornando proprio agli esordi, portandomi quanto più vicino riesca a ricordare, penso mi sentissi un tantinello imbarazzato che potessero avere ragione, e mi schermassi mostrando scarsissima considerazione per l’accusa. In seguito, o iniziai a credere alla mia propaganda o trovai semplicemente il coraggio delle mie convinzioni, a voi la scelta, e cominciai a sapere che si sbagliavano e basta. Nessuna delle scene di sesso che avevo scritto era gratuita. Fine del discorso.

Poi, per un po’, tornai a non esserne tanto sicuro, e pensai di provare a sfornare un libro che non contesse alcuna scena di sesso.

Poi scrissi alcune scene di sesso gay in un libro, e fui dannatamente certo che non avessero niente di gratuito.

E così-tutto bene, giusto?

Giusto?

Umm…

Poi mi accinsi a lavorare per un po’ nell’industria dei games. E fu lì che ebbi un’epifania.

 

Gratuito- ma che cosa diavolo vuol dire?

 

Vedete, chi scaglia l’accusa di “gratuito” è fatuamente convinto che tu sappia di cosa sta parlando. Per costoro, è bello che scontato. Il sesso gratuito, sostengono-con una certa pomposità- è il sesso inserito al solo scopo di titillare, e non a servizio di alcuna funzione utile alla trama o allo sviluppo dei personaggi. Idem dicasi- presumibilmente- per la violenza gratuita (sebbene la maggior parte delle persone che lamentano il sesso gratuito nei miei libri non sembrano curiosamente avere problemi con gli alti tassi di violenza, e chiaramente non vi avvertono niente di gratuito. Vai un po’ a capirli). Eccoci al punto, dunque- una scena in un libro o in un film- si tratti di sesso o violenza- che in qualche modo non faccia assolutamente procedere la trama o i personaggi- è gratuita. È messa lì solo perché eccitarti con le sensazioni vicarie che provoca. Ahi!

Ma come la mettiamo con i games?

Prendete un classico del medium, Max Payne. Per chiunque non lo conosca (ossia chiunque non abbia mai giocato ai video games, o abbia vissuto in una caverna negli ultimi quindici anni) Max Payne è un gioco- in effetti, una serie di tre- incentrato su un classico anti-eroe noir, famoso soprattutto per l’azione assolutamente spacca-culi delle sparatorie. Giochi nel ruolo di un poliziotto esaurito e sotto copertura che si chiama- beh, quello l’avete indovinato, giusto? – e nel corso di otto ore e passa di gioco, gran parte del tempo lo trascorrete a gettarvi in slow-motion, e rompere il culo a un’infinita riserva di cattivi.

Per quanto riguarda le sensazioni vicarie, eccotela lì servita in bella vista.

Ora, ciò non significa che Max Payne non abbia una storia. Ce l’ha- tanto che, in effetti, circa dieci anni fa volli scrivere un approfondito apprezzamento della storia per come l’avevo vissuta. Ma facciamo un passo indietro e vediamo di essere onesti- senza tutti quei combattimenti tosti alla Matrix, chi si sarebbe mai preso la briga di cantare le lodi della storia? A dire il vero, chi si sarebbe mai preso la briga anche solo di finire il gioco? La verità è che giochi per provare il brivido dell’azione. La storia è solo una cornice- di gran stile- a sostegno di quelle otto ore di balzi, schivate, sparatorie super fighe. Insieme alla storia ti arriva il contesto emotivo, il passo, un andamento definito dall’inizio alla fine, certo- ma tutte queste cose esistono a servizio dell’azione. Costituiscono anzitutto un sistema di consegna per l’emozione vicaria di sparare a un migliaio di stronzi in slow-motion e alla fine uscirne vittoriosi.

Come fai ad applicarci il termine gratuito?

Non puoi. I giochi sono gratuiti. Per la loro stessa natura, sono tutti basati sull’emozione che producono. Max Payne è basato sull’emozione di avere la meglio sui cattivi in slow-motion. Un gioco più grande, e generalmente più famoso, il Calcio, è basato sull’emozione di inseguire una palla attraverso un campo e calciarla nella rete avversaria. Non trovi qualcuno che lasci uno stadio di calcio a fine partita e dica Bel gioco- ma che mi dite della storia? È un po’ troppo gratuito stare lì a correre e calciare la palla, se volete sapere come la penso! Ciò non vuol dire che non una partita di calcio non abbia una storia- la storia c’è. Hai quarantacinque minuti per cercare di buttare la palla nella rete avversaria, poi c’è una pausa in cui tutti prendono fiato- nella scrittura lo chiamiamo “passo” – seguono poi altri quarantacinque minuti della stessa lotta; e quando alla fine si fischia, la squadra che ha buttato più palle nella rete avversaria ha vinto. Eccoti la storia, eccoti la cornice- e, stanne certo, quella cornice ti occorre perché tutto il correre, il calciare, dribblare, passare e segnare abbiano un qualche senso. Ti occorre per far restare il pubblico, per far sentire ai giocatori che c’è un motivo per quello che stanno facendo. È la struttura a sostegno di tutto il peso dell’esperienza.

Ma alla fin fine è solo una cornice per far funzionare la partita. E per dare una struttura ai piaceri vicari del pubblico.

Questa inversione dava una sensazione strana quando cominciai a scrivere per i games- anziché creare una combriccola di concetti, personaggi, interazioni ed emozioni cinetiche, tutti fighi, allo scopo di far procedere una storia, ecco che improvvisamente dovevo creare una storia meramente allo scopo di puntellare ore e ore di emozioni cinetiche. Strano. Ma sono uno studente ragionevolmente celere, e per quanto bizzarro possa inizialmente sembrare un ribaltamento, il concetto era bello chiaro. Non mi ci volle molto per ambientarmi.

E poi, dopo un po’, cominciai a capire che dopo tutto non si trattava tanto di un ribaltamento completo.

Cominciai a scorgere un’inerente disonestà intellettuale alla radice del pensiero critico sull’arte e l’intrattenimento in generale.

 

Che cosa ricordate del primissimo film di Star Wars? La storia? Ma vi prego! Vi ricordate le battaglie a raffiche di blaster e i duelli con le spade laser, le torrette da Seconda Guerra Mondiale davanti a cui sfrecciavano i Tie Fighters col loro ronzio; duelli aerei sopra la sagoma d’un pianeta di ferro e un gigantesco e cazzutissimo star-destroyer che avanzava rombando dall’altro dello schermo e vi calava sulla testa. È stata questa roba a rendere grande il franchise- le emozioni cinetiche vicarie e gli effetti speciali.

Ora, prima di accusarmi di fare lo stronzo su una delle Proprietà Intellettuali di uno dei generi che apprezzo di meno, lasciatemi estendere la tesi ad alcuni luoghi per i quali non sono rinomato per essere così brontolone.

madmax2

Cosa vi ricordate di Mad Max 2? O Le Iene?

Cosa vi ricordate di Perdido Street Station di China Mieville?

Cosa vi ricordate del film Ragione e Sentimento? Di Emma?Orgoglio e Pregiudizio? O qualsiasi altro degli altri cosiddetti “grandi classici” che l’industria cinematografica britannica è tanto incline a realizzare?

Capitemi, non sto esprimendo giudizi. Amo molto parte del materiale sopracitato. Ma sono pronto a scommettere che le risposte alle domande che ho appena sollevato sarebbero (rispettivamente e in ordine inverso):

Un sacco di grandi vestiti ed eleganti dimore d’epoca, grandi dosi di riti sociali e motteggi arguti.

Un paesaggio urbano neo-vittoriano, in ferro e illuminazione gas, incredibilmente dettagliato e zeppo di creature deformi, brutalità orrende e immagini da incubo.

Quei tizi in giacche scure e camice bianche si puntano le pistole e urlano addosso, sangue a spruzzi e violenza e tutti quegli incredibili monologhi ossessivi su oscuri show televisivi, musica e fumetti.

Le macchine di cattivi fuori testa e i costumi, furiosi inseguimenti in macchina e folli acrobazie da Neo Circo, violenza sanguinosa e il ruggito dei motori truccati.

La storia, non poi così tanto.

La verità pura e semplice è che noi assorbiamo il contenuto del nostro intrattenimento piuttosto che le strutture di sostegno, e. ciascuno a suo gusto, tendiamo a cercare l’intrattenimento con le migliori possibilità di contenere le cose per cui ci emozioniamo vicariamente. Andate a vedere un film con Jason Statham perché vi piace vedere Jason Statham sparare, guidare a tutta birra, prendere calci in culo i cattivi e togliersi la maglietta. Andate a vedere un adattamento di Jane Austen perché vi piace tutto quel porno in grandi abiti e corsetti in quelle sale da cerimonia. Leggete cyberpunk perché gustate l’emozione vicaria di corridoi infimi, alla luce dei neon, in compagnia di protagonisti su di giri e pericolosi, connessi fino agli occhi con interfacce cerebrali per combattimenti high-tech e appropriazioni illegali. Quelli della mia età che sono andati a vedere Mad Max-Fury Road l’hanno fatto perché speravano in un film zeppo delle stesse folli stronzate di Mad Max 2 (e, ragazzo mio, accidenti se Mr Miller ci ha accontentati!); i fan degli zombie vanno in visibilio per sanguinosi cadaveri ambulanti e la fine dell’ordine sociale per come lo conosciamo. Quelli delle commedie romantiche vogliono splendidi giovani conflittuali che orbitano tra loro in svampita confusione e un burlesco rinvio dell’orgasmo emotivo da copione.

E così via.

Né, affrettiamoci ad aggiungere, si tratta di qualcosa che si arresti ai confini dell’intrattenimento generalista/pulp/di genere (con Jane Austen nel mezzo: ma come ho potuto?) I film la narrativa d’autore hanno persino meno difese dall’accusa di contenuto gratuito rispetto a chiunque altro- in fin dei conti sono notoriamente leggeri quanto a sviluppo narrativo. A dire il vero, nei circoli critici sussiste un autentico-sebbene ormai credo sia al tramonto- disprezzo per lo stile da gran bella storia, ben raccontata dello scrivere un romanzo. Le opere letterarie non sono lodate di frequente per il ritmo incalzante o la trama che ti avvince come un vizio, per non mollarti più. Piuttosto, i lettori si compiacciono di altre essenze- lo stile lirico, magari, o l’intenso sentore locale; un acuto commento sociale, la straziante descrizione della miseria e della sofferenza (sì, come intrattenimento, vedete un po’ voi); abissi di tormento emotivo; malessere postcoloniale; ennui urbano. Ma quei lettori ci si crogiolano, proprio come fa chiunque altro.

Ci siamo dentro, tutti quanti, per la nostra marca particolare di emozione vicaria. Tu sborsi il denaro, tu scegli. E cerchiamo ciò che ci emoziona, non come piacere secondario dopo essere venuti incontro alle esigenze ferree della storia o dello sviluppo del personaggio, ma per il gusto della cosa in sé.

E se ciò non è gratuito, allora ditemi voi cosa lo è.

La cosa grandiosa di questa epifania non fu che improvvisamente potessi dimostrare che i miei critici anti-gratuità si sbagliassero (in un’accezione molto reale, non potevo- dopo tutto non avevo vinto il dibattito se avessi scritto sesso gratuito o meno, lo avevo semplicemente mandato a gambe all’aria, esploso in mille pezzi, reso assolutamente non pertinente).

Ad essere grandioso, invece, era il modo in cui lo schema del game gettasse improvvisamente luce per me sull’intero e ampio progetto del narrare una storia. Come desse tutt’altra cornice al concetto stesso della- forgiando un nuovo e meno sgraziato termine per la dinamica- gratuità nella narrativa.

 

Perché se la gratuità non è qualche disgustosa e ignobile autoindulgenza da parte del narratore, se costituisce solo lo sbocciare di certi elementi desiderati sotto i minimi condizionamenti dell’intelaiatura d’una storia, allora non abbiano fatto che impostare male la questione. Anziché discettare in toni seriosi di contenuti gratuiti, dovremmo vedere le cose in termini di strutture portanti e forza della storia. Questo libro è pieno di sesso e violenza gratuiti non costituiva più una critica. E allora? Alla gente piace il sesso, alla gente piace la violenza nella narrativa. Il vostro disprezzo vagamente puritano- e la negazione della natura umana da cui promana – ha perso di gran lunga l’ora della nanna. La vostra critica ha senso solo se la riformulate- questo libro contiene un sacco di sesso e violenza- e la storia non è forte abbastanza da reggerlo.

Oh oh.

Proprio davanti a noi, potete vedere dov’è che tutto questo diventi un problema: perché i luoghi dove la Storia conosce il suo massimo valore sono esattamente quelli su cui la critica ufficiale ha scaricato la sua considerazione più bassa- la narrativa e il pulp popolare e mainstream. E per contrasto, come abbiamo già dettagliato, la narrativa letteraria tende ad andarci piani con l’impulso narrativo. Quindi stiamo davvero per ribaltare l’intero progetto della Letteratura? Cominciamo a raccomandare i thriller da aeroporto per la loro risoluta mancanza di contenuti gratuiti, e rimproverare i long-listers del Booker Prize per lo stile porno, il gratuito turismo nella miseria o angosciose masturbazioni fantasy?

Beh, sebbene per un po’ sarebbe davvero uno spasso, non sono abbastanza arte-iconoclasta per farlo. Da una parte, io stesso sono un po’ un patito di quel porno vecchio stile. Apprezzo la buona prosa per il suo valore in sé, e posso sopportare un bel po’ di fiacca narrativa serpeggiante se la qualità della scrittura regge. E gli ultimi tre libri che ho scritto, per quanto evidentemente siano Grimdark, quanto a turismo nella miseria potrebbero probabilmente tenere testa alla maggior parte della narrativa letteraria destinata al Booker e dedicata a che trattamento di merda i poveri stiano ricevendo in questo o quell’angolo del mondo. Ma, più ancora di questo, ritengo che assumere tale sentiero iconoclasta sarebbe, a modo suo, altrettanto ignobile delle solite legnate che certi ignoranti lit-criteriati sono abituati a porgere alla narrativa di genere. La verità è che alla gente piace ciò che gli piace. Non ho intenzione di cercare di fondare un nuovo snobismo invertito. Non sono interessato a rovesciare i banchi dei mercanti nel tempio. Cerchiamo piuttosto di lanciare una lunga occhiataccia a chi sta assiso, e dove.

Perché la vera questione, alla fine, è semplicemente questa- Chi desidera questo contenuto?

L’autore? I lettori? I criteriati che fanno da portinai? Chi? Perché le recriminazioni sulla gratuità verranno sollevate solo laddove ci sia un’unione mal assortita tra quei diversi costituenti. All’autore piace qualcosa, ma al lettore no. I lettori desiderano qualcosa, e i portinai obbiettano. I portinai amano qualcosa, e nessun altro riesce a capire di che cazzo si tratti. E così via. Osservate la maggior parte delle accuse sui contenuti gratuiti, e scoprirete che a sollevarle sono persone che non apprezzano particolarmente il tipo di contenuto che stanno commentando, proprio per niente. Le persone che non apprezzano il sesso gratuito nei miei libri, a grattar via la superficie, solitamente vien fuori che non amano il sesso nella loro fantascienza, e basta. I commenti Se volessi del porno, andrei su internet sono quelli più comuni. Per definizione, la comparsa di qualsivoglia sesso esplicito sarà comunque troppo/gratuito per costoro, e questo perché non era il contenuto che volevano. In un quadro più ampio, la maggior parte delle lamentele sul sesso gratuito (e la sua gemella più tenebrosa e sgraziata, la violenza gratuita) deriva da collegi elettorali ben precisi- gruppi di pressione, genitori preoccupati, politici in cerca d’un podio facile, critici di giornali prestigiosi con le loro raffinate convinzioni autoriali. Persone che nel loro intrattenimento preferirebbero piuttosto che non ci fosse niente del genere. O, quantomeno, che al suo posto preferirebbero qualche altro contenuto.

Le implicazioni di tutto questo per la comunità letteraria sono esplosive, e arrivano a toccare praticamente tutto. Una volta che cominciai a chiarirmelo, i corollari presero a scoppiarmi tutti intorno come fuochi d’artificio. Mi ricordai del racconto di Chimamanda Ngoie Adichie Jumping Monkey Hill, nel quale, durante una prestigiosa scuola di scrittura, viene fatto capire a un gruppo di giovani autori africani (da un docente bianco della classe media) che le storie africane necessitano di certi elementi per essere autentiche- tra questi ci sono la cupezza e le lacerazioni della guerra- mentre le molestie sessuali nella classe media lavoratrice non così tanto. Perché i lettori occidentali della classe media vogliono la loro soluzione per sviluppare la povertà mondiale. Mi ricordai della replica di Raymond Chandler sulla narrazione noir-Quando sei nel dubbio, fai entrare un uomo con la pistola. È una citazione su cui i critici si sono tormentati-considerandola faceta o ironica- quando a me sembrava tutto fuorché quello. Perché la forma noir vive soprattutto di peripezie e minacce cinetiche- ed è proprio per gustarle che le persone gli si rivolgono. L’inspiegabile asserzione di Margaret Atwood, tutti quegli anni fa, che lei non scrivesse fantascienza, perché nella Sci-Fi ci sono razzi e sostanze chimiche; un’affermazione che in passato è stata oggetto di derisione, condanna, e accapigliamenti, adesso risulta un mero tentennamento sui contenuti e la percezione che un genere sta dove trovi le stronzate più colorate ed esplosive, mentre la letteratura speculativa coi suoi steccati timorosi si occupa di materie ben più gravi e serie. L’anno scorso Ho osservato il gran bailamme critico sul Gigante Sepolto di Kazuo Ishiguro e ho notato la stessa cosa; i recensori che inciampavano nel tentativo di approcciare un contenuto anomalo- un romanzo puramente fantasy quasi del tutto privo degli elementi cinetici che il genere fantasy solitamente contiene. E infine, a casa-base, mi sono trovato a fissare l’abisso nel disgustoso, infinito, sgraziato mungere dei vari franchise di genere fino a dissanguarli e farli urlare pietà- e ho capito di cosa si trattava. La ripetuta dipendenza di orde di nerd fissati che continuano a sborsare denaro per ciò che hanno già visto una decina di volte, per quanto diluita e col culo piatto risulti inevitabilmente l’onda portante della prossima porzione. Non importa quanto sia misero il film (o il ciclo di romanzi) – ha il contenuto che desidero, e a palate!

 

Contenuto. Contenuto fottutamente gratuito. Ancora e ancora, ci si riduce a quello. Tutto si riduce a quello.

Ma allora perché collegare il termine gratuito specificamente al sesso e alla violenza, con l’esclusione d’una gran bella fetta di qualsiasi altro contenuto? Beh, perché sesso e violenza sono il re e la reginetta incoronati della pura esperienza viscerale; i motori gemelli dell’eccitazione umana, e di conseguenza il parafulmine di millenni di recinti culturali paranoici. Ma è un nuovo giorno, gente. E vien fuori che la gratuità risulta applicabile a un’infinità di altri contesti, e la si può estendere in ogni sorta di direzioni meno comunemente esplorate. Perciò esploriamo! Dove cominciare? Beh, c’è davvero parecchio di gratuito nelle arie d’un opera- voglio dire, nessuno ha intenzione di obbiettare che siano vitali per la storia, o che tu vada all’opera per assistere allo svolgimento della trama. In effetti l’opera è una cugina molto stretta dei video giochi e del porno, nel senso che la narrazione non è molto più di una scusa perché un manipolo di cantanti follemente dotati intonino a squarciagola strazianti e istrioniche canzoni d’amore non corrisposto. Idem, in una certa misura, per Shakespeare- ammettiamolo, non si va a una messa in scena di Lear, Othello o Macbeth per vedere come va a finire la storia. Si va per l’emozione viscerale del linguaggio, la dizione dei soliloqui e dei grandi discorsi, lo spettacolo crescente e straziante di quei personaggi d’altri tempi che vengono consumati e distrutti nella gloria del pentametro giambico. Ma nessuno parla di fette gratuite di versi metrici, o gratuite estensioni melodiche, perché ciò obbligherebbe una rivalutazione dell’opera in corso. Verresti liquidato in fretta se, come il sottoscritto, ti lamentassi di tutte quelle danze e canzoni gratuite in un film di Bollywood- ti sentiresti dire che ciò fa parte delle convenzioni di quella forma. Devi accordare gli strumenti, devi assumere un approccio più culturalmente sofisticato a queste cose.

Eccome se dovremmo.

Tutti quanti.

richard-morgan

 http://www.richardkmorgan.com/2016/04/gratuities-at-your-discretion-2/

(Per gentile concessione di R. K. Morgan)