Recensione de “Lo Hobbit-La Battaglia delle Cinque Armate”

Prima Premessa

tranquillamente saltabile

in cui il nostro eroe tratteggia, con poche, essenziali, pennellate, una storia d’amore lunga tutta una vita

Questa recensione necessita di una prima premessa autobiografica che, ve lo assicuro, sarà BREVE: chi scrive ama così tanto Tolkien da non avere, letteralmente, memoria di sé senza le storie della Terra di Mezzo. Ho visto il cartone animato di Ralph Bashki a tre anni- assolutamente entusiasta anche per tutta quella fosca violenza niente affatto a buon mercato- e da quel giorno nelle mie pupille c’è sempre stato spazio per Elfi, Hobbit, Cavalieri Neri. Molto prima degli occhiali, quel paio di lenti invisibili erano già sul mio naso. Nel primo video che mi riprende a quattro anni sbavavo e barcollavo a terra facendo il verso a un Orco trafitto da una freccia dagli spalti del Fosso di Helm. “Non è un amore?” dicevano le vicine, perplesse e inquiete. E quando a nove anni ho letto “Il Signore degli Anelli”, ho aperto per la prima volta quelle pagine non tanto con l’emozione di chi si imbatta di colpo in qualcosa che lo conquisti alla follia, ma come uno di quei ragazzi che nel medioevo si sapevano già sposati a una certa fanciulla per qualche patto tra famiglie, e che finalmente possa posare gli occhi su chi già aspettava. O come chi sappia in cuor suo di aver vissuto un’altra esistenza, e ritrovi un luogo di quel tempo misterioso. Era tutto familiare, come per il montaliano smemorato che si sovviene del suo paese. Da allora Tolkien e il fantastico hanno continuato a essere parte decisiva della mia vita, tanto che adesso il mio lavoro è proprio insegnare, tradurre, recensire opere simili. Insomma, mi ci sono sposato.

Seconda Premessa

meno saltabile

in cui il nostro eroe dettaglia con arguzia e competenza il suo attento e ponderato giudizio

 sugli adattamenti cinematografici dei romanzi

Ho sempre fatto il tifo per gli adattamenti cinematografici dei romanzi, non considerandole affatto una mera cassa di risonanza dei libri, ma delle vere e proprie traduzioni- ma guarda un po’-che, se realizzate con amore e dedizione, fanno riaccadere la storia stessa. E degli adattamenti fatti BENE (non sto parlando di “Dorian Gray”, per intendersi, dove le depravazioni che ammorbano il ritratto si rivelano essere qualche giretto di sesso a tre, e un po’ di cazzotti al rallentatore) capisco le scelte, i tagli, le variazioni, le sottolineature, la struttura. Trovo francamente tedioso l’esperto dell’opera X che passa tutto il tempo trascorso al cinema a sbuffare e sogghignare saccente per delle varianti che, spesso, sono dettate dal buonsenso e magari rimarcano dettagli, prospettive, interpretazioni interessanti. Ti verrebbe voglia di voltarti e sibilargli “Fallo te!”

Questo è particolarmente vero della versione cinematografica de “Il Signore degli Anelli”: l’emozione di una resa così ricca, curata, ben scritta e ben recitata, capace di coniugare finezza psicologica nel tratteggiare personaggi e dialoghi e un uso spesso davvero notevole delle grandi scene di massa e d’azione, sempre emotivamente coinvolgenti, “sporche” d’un realismo che aggiunge tensione credibilità, mi ha fatto contrarre un debito davvero commosso verso Peter Jackson, uno di quelli che non si possono pagare. Ho riso, ho pianto, ho avuto i brividi. E so che lacrime, risate, brividi mi aspetteranno ogni volta che rivedrò quei film. E continuerò a farlo ancora e ancora. Nel suo complesso, e con alcuni picchi di struggente intensità, so che ad aspettarmi è la medesima “qualità” della storia e delle immagini che mi hanno spezzato il cuore-per citare la recensione di C. S. Lewis- sulla pagina scritta.

E adesso entriamo nel vivo.

Lo Hobbit

Tutto questo per dire che, alla notizia di un adattamento anche de “Lo Hobbit” la mia simpatia e il mio supporto sono subito scattati fieramente “a priori”. Sono sempre stato favorevole anche alla scelta di “signoredeglianellizzare” il libro, aggiungendo dettagli e approfondimenti che provenivano dalle Appendici, da altri racconti, o semplicemente dalla sceneggiatura. Una fiaba ha un linguaggio troppo veloce, si saltano troppi passaggi concreti- pensate nelle storie di “Narnia”, ad esempio: se non si capisce che stiamo leggendo qualcosa che, bello in sé, è più simile a “Biancaneve” che all’”Odissea”, si rischia di strabuzzare gli occhi e chiedere: ma come diavolo hanno fatto quei ragazzini a imparare a far saettare una SPADA nel giro di un paio di giorni?

“Lo Hobbit” come romanzo è ricco, complesso, sempre più maturo come linguaggio e temi, ma la vicenda è condensata, e percorrerla con un solo film avrebbe esposto il lettore a una girandola di eventi-posti-personaggi che non avrebbe funzionato. Ci volevano personaggi femminili, e hanno fatto bene a inserirli; ci voleva un climax per ognuno dei tre film, e un antagonista più “vicino” di Sauron e Smaug, da contrapporre sistematicamente a Thorin, fino all’ultimo apocalittico scontro, e hanno fatto benissimo a inserire pure lui. Queste non sono cose che si sopportano; queste sono cose che si gustano.

E il primo film mi aveva convinto, eccome. Per la costruzione e introduzione dei personaggi, soprattutto lo splendido, sfaccettato Bilbo di Freeman e il tormentato, carismatico, Thorin di Armitage, che dei nani ha la cocciuta caparbietà, l’orgoglio sospettoso che fa scorgere nemici e torti dappertutto, ma anche l’animo ultimamente colmo di trasporto e di affetto; avevo ammirato la relazione di “messa a fuoco” progressiva tra i due, così come tutta la comparsa di Gollum, e anche i segnali, discreti e proprio per questo terrificanti, che alludono al negromante di Dol Guldur, e al male che riprende a radunarsi al suo richiamo. Il viso di Galadriel che si raggela di paura quando scorge la lama del Re degli Stregoni è proprio il genere di narrazione cinematografica che mi convince. Nella sua interezza  il film tracciava un arco coinvolgente e credibile. Anche “La desolazione di Smaug” secondo me funzionava assai bene, soprattutto nella splendida stronzaggine del re elfico Thranduil- gli elfi, pochi e nobili, de “Il Signore degli Anelli” rischiano di far dimenticare che si può essere belli, immortali, nobili, sapienti, e al tempo stesso avidi, faziosi e orgogliosi, magari mescolando il disprezzo e la gelosia a un eloquio di miele, e a motivazioni nobili e autentiche- se si eccettua la lunga e inutile sequenza in cui Smaug viene ridotto a un T-Rex silenzioso che insegue i nani per i saloni SENZA BECCARNE NEMMENO UNO, perdendo tutta l’ironia e la regola ferocia del dialogo precedente. Una coda alla King Kong che almeno in parte degrada la spaventosità che erano riusciti a montare, uno di quei casi dove attenersi al testo, con Smaug che aleggia sulla Montagna come un lupo, e frustato dalla caccia a nani intrappolati si sfoga sulla città, secondo me avrebbe giovato anche alla sceneggiatura. Eppoi già in quel film si accennava la -per me-francamente ridicola storia tra l’Elfa Tauriel e il nano Kili, troppo rocambolesca e veloce, troppo improbabile. La comparsa di Sauron rimane inquietante e convincente fino alla ridondante e poco credibile scena dell’imprigionamento di Gandalf, su cui tornerò, ma la versione estesa, con la comparsa di Thrain folle e mutilato, risulta assai migliore di quella cinematografica, così come i passaggi aggiuntivi con Beorn. L’impressione, nell’ultima mezz’ora, è quella di un film troppo veloce in alcune delle sue parti più riuscite e troppo sfilacciato in altre, come l’inutile scazzotata di Legolas con gli orchi in una città improvvisamente deserta. La malizia manipolatrice del governatore- che avevano affidato a una gemma d’ironia come l’immenso Stephen Fry, che ha incarnato Wilde e Jeeves- poteva essere sfruttata assai maggiormente, ma tant’è.

La Battaglia delle Cinque Armate

Arriviamo così al capitolo finale, nel quale secondo me tutti i nodi vengono al pettine, nel bene come nel male, proprio nella storia. Anzitutto gli elementi positivi, alcuni dei quali molto ben riusciti. Il film riesce a costruire in modo credibile e progressivo la tensione intorno alla Montagna Solitaria, le diverse e contrapposte motivazioni di nani, uomini ed elfi: Thorin che, al pari del monito di Nietzsche, scopre come sia molto pericoloso combattere i mostri, perché puoi diventare mostro a tua volta; gli uomini di Bard spinti dalla rovina e dalla fame, gli elfi che seguono la logica tutta loro dell’orgoglio e del prestigio: questo è un piccolo ma efficace lampo sul mondo del Silmarillion. Quando Thranduil dà le spalle alla telecamera e incede sulla cavalcatura cantilenando il suo “Sei dei nostri?” allo sconcertato Bard, mi sono detto: questa storia funziona. Si tratta, a mio giudizio, del film più “politico” di Jackson. E funzionano eccome la follia di Thorin, così come il suo scrollarsela di dosso, e ovviamente la conquistata maturità di Bilbo, la sua amicizia, il suo coraggio sempre percorso da venature d’impaccio e umorismo deliziosamente britannici: il minuto di silenzio con Gandalf, in cui i due laceri e insanguinati fumano senza parole come due soldati della prima Guerra Mondiale, vale da sola il prezzo del biglietto.

TUTTAVIA

La seconda parte del film è quella che invece mi ha presentato più problemi, tanto che mi sono occorse ben tre visioni per razionalizzare un giudizio che non fosse troppo frettoloso nell’additare quelli che restano comunque alcuni notevoli difetti di scrittura.

Il primo grande errore, ciò che più mi ha sorpreso, è che in questo film la parte meno interessante risulta proprio quella che dà il titolo al film: la battaglia. Non che duri troppo o troppo poco, anzi. Ma, se si eccettua la splendida, commovente uscita di Thorin, Jackson pare essersi dimenticato una regola che invece egli ha mostrato di conoscere assai bene: che l’epica non è fatta di numeri schiaccianti, di masse superlative che si muovono in perfetto coordinamento, di 3D, ma di intensità, di pathos, di realismo. Improvvisamente il fulcro dell’azione si sposta da un campo di battaglia troppo poco emozionante ad una serie di lunghissimi scontri singoli da videogiochi Bolg-Kili-Tauriel-Legolas-Thorin-Azog, mentre dall’altra parte si riversano confusamente masse di orchi cui nessuno più presta attenzione, e che non si capisce come facciano a essere sgominate di colpo. Da un certo momento in poi Bard, gli uomini e la disperata situazione in città letteralmente spariscono. L’eroismo disperato di chi non ha mai imbracciato un’arma ma sempre e solo una lenza, e si trova di colpo nel cuore di uno scontro, poteva essere una fonte drammatica molto più approfondita e sfruttata. Non ho dubbi che la versione estesa renderà maggiore giustizia ed equilibrio, ma con questo montaggio sbilanciato Beorn e le aquile anziché emozionare fanno la figura di un appiccicato deus-ex-machina. Quanto altro avrebbe potuto fare, anziché dilungarsi su quella sorta di estenuante sezione da “mezzogiorno di ghiaccio” che vede la morte di Fili e Kili e le ennesime e ormai quasi parodistiche acrobazie di Legolas.

Per fare un esempio e non dilungarmi in dichiarazioni di principio, eccovi cos’è epica, per me. Non avete bisogno di troppe informazioni per godervi questa clip di “Vikings”

https://www.youtube.com/watch?v=L_gwMWoXu10

Visto? Non ci sono migliaia di personaggi computerizzati, niente acrobazie incredibili: poche decine di persone, ma sono la fusione tra immagini e musica, il montaggio, l’improvviso rallentarsi degli sguardi e dei gesti, il realismo intenso a dare peso all’intera sequenza. Guardate il momento in cui Floki si arrampica e fruga nella fila nemica, come rovistando. Questa è la stoffa delle battaglie, il morso duro dell’acciaio, la confusione, lo strazio. Che peccato che un simile respiro, cui invece eravamo ben abituati dalle sequenze dei Rohirrim lanciati al galoppo o dall’assedio di Minas Tirith, o da quella che resta a mio avviso la sequenza di lotta più bella di tutti e tre i film, la tragica resistenza della Compagnia a Amon Hen, qui si limitino a pochi lampi di autentico dramma, come il seguente

https://www.youtube.com/watch?v=emhKipG9tFw

Quanto poi all’”amore impossibile” tra l’elfa e il nano la vicenda non ha né la delicatezza delle venerazione di Gimli per Galadriel, né il realismo straziante di Tyrion e Shae ne “Il Trono di Spade”, non è insomma né abbastanza tolkieniana, né abbastanza anti-tolkieniana: gli elementi improbabili del secondo film si accentuano, e che a Legolas si sviluppi un’avversione per i nani accentuata dal fatto che uno di questi gli abbia soffiato la ragazza- che lui cerca di riconquistare mostrandole dove gli orchi hanno torturato sua madre, manco sfoderi una reazione passivo-aggressiva del figlio di papà che vuol far vedere quanto ha sofferto- è un’ulteriore elemento scadente della narrazione. Se si voleva raccontare una storia d’amore, tragica o a lieto fine, le possibilità non mancavano. Perché non raccontare una storia NON corrisposta, ad esempio? O raccontare una coppia già sposata, come Brand e sua moglie, coinvolta nella guerra? Questo colpo di fulmine disneyano è stranamente raffazzonato per chi era riuscito a raccontare Aragorn e Arwen senza cedere a stereotipi hollywoodiani.

La struttura di base del testo di Tolkien non offre buchi improbabili di sceneggiatura come “Interstellar” di Nolan, per carità. Ma anche la sconfitta di Smaug e la cacciata di Sauron da Dol Guldur mi hanno fatto inarcare più volte le sopracciglia. OVVIAMENTE l’unica volta che Smaug decide di non sputare fuoco ma avanzare a rallentatore parlandoparlandoparlando per poi serrare le fauci, è proprio quando Bard ha tutto il tempo di incoccargli sotto il muso un enorme freccione nanico. Altro caso in cui il libro, dove Smaug imperversa esultante senza minimamente accorgesi della piccola figura che, in un ultimo colpo disperato lo trafigge, come partitura forniva già tutto il pathos di cui c’era bisogno. C’era comunque modo di inserire il figlio nella scena “Guglielmo Tell” senza degradare Smaug ancora una volta a T-Rex non particolarmente sveglio.

Quanto poi a Gandalf in gabbia tra le grinfie di Sauron, sembra che il Grigio pellegrino abbia una sorta di abbonamento alle prigioni elevate, da cui ha tempo di raccogliere informazioni e inviare messaggi ai suoi soccorritori. Se tutto questo aveva senso a Isengard, non si capisce perché Sauron, come un cattivo degli anni ’80 o dei film di James Bond, non possa resistere a tenere il suo nemico mortale legato mentre spalanca le braccia ed espone gongolante i suoi progetti di conquista. Lo lascia praticamente solo, con tanto di anello elfico, in compagnia di un unico orco-bidello? No. No. No. Perché mai lasciarlo vivo, senza una motivazione? Lo sta torturando, gli sta strappando informazioni? Non può ucciderlo ma solo prosciugarlo? Allora perché non lo ha fatto uccidere a uno dei migliaia di orchi che lo tenevano prigioniero? Vuole attirare Galadriel in una trappola? Tutte motivazioni possibili, ma che non vengono fornite e che rendono la proverbiale scaltrezza e crudeltà del Nemico Numero Uno un po’ troppo vaghe (in tono assai minore anche l’Orco stratega Azog, che pure ci viene mostrato mentre coordina le sue truppe come un vero generale, per tutta un’estenuante sequenza continua a tentare di schiacciare Thorin con un masso, mentre tu vorresti fargli notare: ehm, hai una lama attaccata al braccio…) La scena in cui il Bianco Consiglio combatte con gli Spettri dell’Anello è molto bella, fosca e ben costruita, ma nel momento in cui Galadriel si contrappone a Sauron Jackson pare confondere potere, anche terribile accecante potere, con bruttezza, né si capisce perché, sfolgorando in tutto il potere del suo anello, Galadriel debba pare improvvisamente posseduta da un impulso irrefrenabile. Per fortuna non è stata rivogata la farfalla messaggera degli altri film, che a questo punto avrebbe potuto persino avanzare rivendicazioni sindacali. Ovviamente, come mi ha fatto notare il mio amico Andrea, bisognerebbe sempre chiedersi come faccia Gandalf ogni volta a recuperare cappello e bastone dopo essere stato pestato e imprigionato-conosce un outlet? Glieli riconsegnano all’uscita? Ma queste osservazioni rasentano il saccente odioso evocato a inizio recensione, e non voglio ripetere l’errore di Thorin e diventare proprio quello che condanno.

Quanto poi al vice-governatore, l’idea di raccontare la meschinità dei vigliacchi e dei ruffiani che se la cavano sempre non era affatto male, ma, ribadisco avevi lì Stephen Fry!!!!! Perché liquidarlo sotto il peso di Smaug e affidare questa parte solo ad una copia sbiadita di Grima Vermilinguo? La pressione su Bard da parte degli avidi e dei rancorosi sarebbe risultata assai più forte se si fosse continuato a premere sulla dimensione della manipolazione politica, e gli intermezzi comici sarebbero potuti essere comunque calibrati in modo molto meno pacchiano. È un vecchio errore pensare che l’umorismo debba contrapporsi alla tensione. Se ben gestito può integrarsi a essa, e arricchirla.

La conclusione del film mi ha suscitato poi sentimenti commisti: da una parte ho apprezzato molto il gioco di specchi e rimandi sia con l’incipit che con la conclusione della precedente trilogia; dall’altra l’ho trovata stranamente in sordina: ciò costituisce narrativamente un errore, perchè chiudere semplicemente su Bilbo che sogghigna rimirando l’Anello sbilancia troppo verso gli altri film, cui demandare i sorrisi, le lacrime e i sospiri di un’autentica conclusione. Mostrare di più le conseguenze del viaggio, come Bilbo sia davvero un Ulisse, un ritratto dell’artista da giovane-e-da-vecchio, nonché, proprio per questo, riflesso di Tolkien stesso, credo che avrebbe rispettato meglio l’arco brillantemente aperto dal primo film, e al tempo stesso avrebbe conferito a quella non-conclusione un valore che non sia quello di un mero anello di catena.

Detto questo, e nonostante molti più scivoloni nell’iperbolico e nel banale, anche questa seconda trilogia secondo me, nel suo complesso, è riuscita a ottenere il grande risultato della precedente. Sono riusciti a far accadere il libro, quel suo indicibile “certo che” sullo schermo. Viaggiamo davvero con Bilbo, e come lui scopriamo di condividere più volentieri le sventure di un amico nella polvere e nel sudore, e nel sangue, che compiacerci delle nostre solite comodità, a casa da soli. Anche noi, come lui, ascoltanto il canto dei nani, “guardiamo fuori della finestra”.

 

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