“Terra Ignota” di Vanni Santoni, Recensione

Come un canto, al crocevia di tutte le strade possibili

Il romanzo fantasy di Vanni Santoni

Ci sono delle promesse che si mantengono per vie traverse e misteriose, facendosi strada, magari, attraverso un’ altra promessa, dolorosamente infranta. Il primo volume della trilogia fantasy di Vanni Santoni, “Terra Ignota” (Mondadori), prende l’avvio proprio da un tradimento, capace di condurti laddove non avresti mai pensato di arrivare.

Sembra di aprire il “Parsifal” di Chretien de Troyes, dove un giovane sconosciuto è folgorato, quasi religiosamente, dalla comparsa di alcuni splendidi cavalieri, e comprende in un lampo la propria vocazione, il proprio destino che lo chiama. Un ragazzo e una ragazza di campagna, che sognano di arruolarsi, si imbattono in un manipolo diretto al loro villaggio, un gruppo di militari capitanato dall’ “uomo più nobile e bello che avesse mai visto…era impossibile dargli un’ età, e il suo volto era circonfuso da qualcosa di simile a un’aura di luce”; ma, al pari dello splendido condottiero Grifis di “Berserk”, che Santoni ben conosce ed omaggia, anche in questo caso la bellezza ed il fascino possono accompagnarsi alla spietatezza, ed ecco che il grande sogno di gloria, onore, dedizione pare venire calpestato dagli stessi zoccoli che parrebbero incarnarlo. Ma non è così.

Sarò proprio così che invece la giovane Ailis, in cerca di vendetta se non di giustizia, vedrà stendersi dinanzi ai suoi occhi, passo dopo passo, un’ avventura che ha tutta l’ ampiezza degli antichi “cammina cammina” delle fiabe. Un viaggio in terre che si delineano poco a poco, come su una mappa messa progressivamente a fuoco, tra accenni a misteriose leggende di fondazione (“Il sogno dell’ Imperatrice crea il mondo…Sarà anche un sogno, diceva sempre mio fratello, ma certo non per noi, che ci svegliamo solo morendo”) e che la porterà ad incrociare il destino non solo dei suoi affetti rapiti, ma anche di una irruenta guerriera nera e di un giovane soldato che forse diverrà cavaliere solo disobbedendo ai suoi superiori.

C’è una bella differenza tra stereotipi ed archetipi, tra chiedere a certe figure ed immagini della tradizione letteraria di fare il lavoro al posto tuo e invece dare nuovo colore, forza e sangue a quelle medesime immagini, traducendole nel tuo personalissimo cosmo. I mercanti di schiavi e guaritori, le indovine, i cacciatori, maghi buoni con i loro doni e quelli malvagi con i loro sortilegi, i folletti che “sentiva attraversare il suo corpo e ridere e cantare e vibrare dal lì dentro, e poi uscire del tutto diversi e ancora più lucenti” e quelle svolte improvvise per cui il destino pare, spesso ribaltare quanto credevamo di conoscere o avere finalmente compreso, hanno qui forza e un peso loro, e proprio per questo riecheggiano anche le opere nelle quali, sia noi che l’ ‘autore possiamo già averli incontrati ed amati. Sono nuovi e al contempo familiari.

I riferimenti frequenti alle tradizioni folkloriche- il “neonato dal grande destino”, la foresta Ercinia, il Ramo d’ oro di Virgilio e Frazer, la foresta Broceliande- e letterarie- ritroviamo lo Jormungard della splendida prosa di Eddison, così vediamo galoppare Hruodland, Yvain, Galhad, un monarca solitario come quello del Piccolo Principe ma che tuona “Soffiate, venti, da scoppiarvi le gote, infuriate, soffiate!” come Lear, e persino lo spendido accenno ad “un cappello con la fibbia, tra alti germogli di acacia e le fronde di un salice”- qualche idea di chi si tratti?-, sono ben più che omaggi, ma elementi consapevolmente impugnati, perché, Santoni ce lo ha spiegato fin dall’ inizio, “nel passo del suo cavallo e nella linea del suo sguardo erano ogni orizzonte e strada, e il termine e l’ inizio di tutte le storie”. Il profondo senso di realtà, coerente con sé stesse, che è conquista di tutte le storie fantastiche autentiche, è qui ottenuto anche in virtù di un costante eppure delicato senso dell’umorismo (“Sarà un lungo autunno”, sospira una maga dinanzi ad un’ alunna dalla testa dura; “I monasteri sono come dei templi, ma ci abita moltissima gente. Tutti monaci.” “Tipo druidi?” “Tipo sacerdoti.” “E cosa fanno?” “Dormono, ovviamente.”) e alla lirica bellezza della sua prosa, sia che si tratti di farci vedere e sentire la magia- “Ecco un suono, una musica: ecco un canto. Il canto faceva danzare le rune, o erano le rune a produrre il canto? E dietro, un tappeto infinito di altre rune, opache d’oro sull’ oro, infinite, ovunque, in una volta ardita da far ribaltare gli occhi e spalancare le bocche e venir meno le ginocchia, e sullo sfondo un battito remotissimo, e sopra, di nuovo, forte adesso, il canto”- sia di dare voce a quell’ incantesimo ancora più potente che, come nel “Signore degli Anelli” o “La storia infinita”, è la spoliazione di sè per amore e dedizione- “se ti sembrerà di impazzire, o di essere perduto fuori dallo spazio e dal tempo, ripeti a te stesso perché sei lì e dove devi arrivare”. Una commistione di quotidiano ed eroico, di concreto e vicino e misteriosamente remoto, che è forse assai meglio espresso e sintetizzato dalle parole di Santoni stesso: “Breu la guardò nell’ultima luce e, sotto quei capelli castani che sembravano tagliati a caso, non vide altro che la faccia paffuta, tutta graffi ed escoriazioni, della vecchia Ailis, il solito naso a patata e il solito spruzzo di lentiggini e le solite guance e le solite labbra rosse; e tuttavia, nell’ambra dei suoi occhi gli sembrò di scorgere uno spazio sterminato, come quando da piccolo si univa alle sue zie che andavano a mietere e restava sommerso dalle spighe di grano di mezzogiorno.”

Ad un certo punto un eremita spiega ed ammonisce che la magia, in fondo, “è l’arte di parlare alla realtà: di parlarle in modo che non possa disobbedire. Ma chi ti dice che obbedire le piaccia?”

A conclusione di questo primo volume, il lettore scoprirà come Santoni abbia trovato le parole giuste eccome. L’ incantesimo funziona.

3 pensieri su ““Terra Ignota” di Vanni Santoni, Recensione

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