The Counselor: recensione

La verità non ha temperatura

Avevo un pregiudizio più che favorevole, lo ammetto. Ridley Scott è sempre stato un Walter Scott del “mio” cinema. Uno che, al pari di tanti momenti di certi graziosi gentiluomini come Omero, Dante, Shakespeare, Dumas, non è solo popolare, ma gode di esserlo a piene mani. Ho amato anche i suoi eccessi, persino i suoi difetti, certe strizzatine d’occhio ricorrenti, perché, spesso proprio grazie ad essi, mi ha sempre rovesciato addosso tonnellate di cose che amo: ritmo, fotografia intensa, violenza, e storie di cui anche solo un riassunto ti fa drizzar le orecchie e mormorare un “Uh, interessante”; viaggi che spaziano dagli orrori dello spazio profondo agli scontri dei romani coi barbari sotto il mulinare di una neve che pare balzare fuori dalla “Germania” di Tacito che traducevamo al liceo, eppoi il Medioevo da ballata-popolare, appunto- di Robin Hood o delle Crociate, con l’oro, l’acciaio ed il fango. Spesso bisogna distinguere tra archetipi e stereotipi, è vero, tra il facile ricorso a delle immagini-chiave cui chiedi di fare il lavoro al posto tuo ed il momento in cui quelle stesse immagini si innervano a catalizzatori di verità universali, ma è anche vero che tavolta la linea tra le due cose corre deliziosamente sul filo della lama; e Scott, coi suoi figli adottivi più leali dei figli naturali, i suoi monarchi illuminati circondati da feroci e intolleranti guerrafondai,i suoi discorsi alle truppe, le battaglie al rallentatore con degli assoli arabeggianti, è davvero un Blade Runner. Il suo Re Baldovino, gentile e malinconico, ha la lebbra, e Scott gli fa indossare una maschera d’argento, ed uno respira a pieni polmoni una sana boccata di storia di cartapesta. Ah! Ci voleva.

Per chi come me, e mio padre, sbircia la quarta di un DVD per capire se ci saranno asce od esplosioni, il regista di “Black Hawk Down”, “I duellanti” e “Blade Runner”, ha parecchi motivi per disporre della nostra riconoscenza. Quando la spada del generale Massimo si pianta infuocata nel tronco di un albero, dopo aver decapitato un Germano, io ho sorriso, perché lo schermo mi stava dando proprio ciò che ero andato a cercare. E quando ha volteggiato la lama nel Colosseo, facendo sprizzare sangue da un arto amputato, io ho fatto una linguaccia entusiasta proprio come il crudele imperatore Commodo lassù sugli spalti, divertito a fare il verso al mulinello dell’eroe. E persino quando Scott ha mancato il bersaglio- cosa che è più volte avvenuta, come in “Prometheus” o “Hannibal”- egli ha deluso perché non ha mantenuto le aspettative suscitate, quasi mai per non averne suscitato affatto. La spada c’ era.

Quanto a McCarthy beh lui…. è McCarthy: stiamo parlando di chi può metterti davanti una frase, una descrizione, una battuta, come un fabbro ti agiterebbe sotto il naso un pezzo di metallo ancora incandescente, e ti rendi conto che potresti restare a fissarlo ancora, e ancora, e ancora. I suoi cowboy cavalcano alla luce della luna assieme ai lupi, i suoi sceriffi hanno la semplice, tenace saggezza dei vecchi abbeveratoi scavati nella roccia, i suoi ruffiani e affaristi ti strappano delle risate che lasciano rughe agli angoli della bocca, i suoi padri ed i suoi figli si amano di una tenerezza così struggente da farti desiderare di sederti accanto al loro, e tendere le mani al fuoco, e parlare oppure non dire niente, ed i suoi malvagi sono… malvagi. Malvagi davvero. La sua prosa ti fa attraversare mondi diversi,educati e violenti, freddi e assolati, e tu gli credi sempre, perché sono tutti veri; e quando quei mondi si scontrano, quando il quotidiano si imbatte nella violenza, è sempre il retrogusto dell’inesorabile a restarti in bocca. Umorismo nero- “è morto?” chiede un personaggio e gli si risponde “Lo spero per lui, l’ho seppellito”-, descrizioni delle baracche di periferia o degli stradoni assolati che si fanno mitologiche, e la stessa capacità di Dostoevskij O Flannery O’ Connor, Camus di guardare dritto in faccia all’ abisso, e riportarti indietro che cosa sussurri; anche qui a piene mani, seppure in maniera diversa. Non si tratta di una prosa torrenziale, ma di una grappa da mandare giù tutta d’un fiato. Ed è proprio l’ accecante crudeltà della tragedia a rendere ciò che è tenero ancora più dolce, ed ogni umana consolazione, un abbraccio, una bevuta, un amore ancora più preziosa nella sua effimera contingenza. MacCarthy non è mai cinico, il cinismo è facile; egli è semplicemente, straziantemente vero.

Che Scott dirigesse dunque una sceneggiatura ORIGINALE di McCarthy, su un avvocato che decide di fare un piccolo passo di danza nel mondo del crimine, e si trova poi ad iniziare un balletto che ha tutta la ferocia della vecchia fiaba sanguinaria “Scarpette Rosse” ambientata lungo lo stesso regno del “Cartello” della droga del terribile “Il potere del cane” di Winslow, aveva tutti i motivi per farmi sfregare le mani, e controllare subito gli orari dei cinema più vicini. In conclusione la collaborazione dei due ha portato ad uno strano risultato: il caso raro di un film e di una regia totalmente asserviti alla forza dei dialoghi e della sceneggiatura. Non trattieni quasi niente delle immagini, della fotografia e della musica. Alla fin dei conti qui tutto è interamente fatto dalla scrittura, sulla scrittura e per la scrittura, e dalle performance di tutti e cinque gli interpreti principali, tra cui spiccano non solo un Bardem che gigioneggia con la consueta bravura-facilità, ma, soprattutto un Brad Pitt asciutto e con la cinica saggezza di una pianta essiccata al sole del deserto e ancor più una splendida Cameron Diaz cui basta comparire per mangiare la scena a tutti. Letteralmente. Lo scrittore ci aveva già fatto conoscere il killer infernale di “Non è un paese per vecchi”, o il sanguinario Giudice di “Meridiano di sangue”, ma questa volta le tenebre hanno il sorriso di una donna con delle chiazze di leopardo tatuate sulla schiena. Quello che sulla pagina resterebbe comunque un nuovo formidabile ritratto nella pinacoteca dei cattivi di McCarthy ci incede davanti, ed il connubio tra le parole ed i gesti feroci ed aggraziati di chi li interpreta costituiscono un tutt’uno indissolubile.

È stato detto che si tratta di un film sbilanciato, dove tutti, dall’ intermediario al barista messicano, aprono la bocca e e ti sbattono affermazioni così potenti- “è una visione un po’ fredda” constata Bardem, e la Diaz lo guarda dritto negli occhi e ribatte “La verità non ha temperatura”- da farti quasi balzare su e uscire, perché per oggi hai solo da tornare a casa, spegnere le luci e lasciare che quell’ultima frase ti continui ad echeggiare nella testa. Ma era così anche nelle tragedie greche. Anche lì i baristi dell’epoca, i messi, gli schiavi, l’ultima delle comparse, parlavano la stessa lingua degli dei. E tu gli credevi.
E forse questo film, così stranamente misurato, con pochi personaggi, e pochi ricorsi allo spettacolo, al ritmo, alla musica, è stata una delle prove più inaspettate e stranamente riuscite di Scott, il quale sembra quasi aver compreso come qui, con dialoghi simili, con una storia così poco ruffianamente cinematografica, che uno potrebbe leggersi in salotto senza altro aiuto che qualche didascalia in corsivo, come per il “Sunset Limited” sempre di McCarthy, scandita da una serie di quadri-situazioni in cui la violenza, salvo alcune rare esplosioni da farti balzare sulla sedia, è più uno spaventoso clima onnipresente che una serie di banali sparatorie, c’era solo da scegliere i volti giusti, e mettersi in un angolo a registrarli parlare. Hai detto poco.

Per gli artisti è difficile essere collaborativi. Chiunque lavori con una personalità creativa lo sa bene. Michelangelo licenziò tutti e si mise a lavorare alla Sistina DA SOLO. La visione che uno insegue e cerca di esprimere è spesso troppo personale per spartirla. Qualcuno dirà “Bella forza. Qui Scott ha campato di rendita”, ma secondo me è comunque un gran merito capire laddove non bisogna aggiungere niente, dove non bisogna alzare la musica, volteggiare con la camera o premere le tinte della fotografia per ricordarci che ci sei anche tu al volante, e lasciare che il metallo incandescente di certe parole ci catturi gli occhi e la mente, e ci recapiti per direttissima un cartolina scritta di suo pugno dall’abisso, che ha pure leccato il francobollo…